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Quale responsabilità sociale d’impresa?

Occorre ritornare sui pilastri dell’economia e della cultura contemporanea (visto che le due cose coincidono sempre di più), ovvero l’azienda. Interessante a proposito è il fenomeno del “Corporate Social Responsability” (CSR), in breve: quell’ambito entro il quale le aziende si mostrano interessate e preoccupate alle esternalità che producono verso l’ecosistema ambientale e sociale. Non di rado si fa sempre più riferimento “all’etica d’impresa”, ai codici etici, appunto, alla responsabilità sociale. Senz’altro qualcosa di positivo, che però dimostra, ancora una volta, la necessità di reagire a quella “mano invisibile”, a quella neoliberista “marea che alza tutte le barche”, fautrice di tanta deregolamentazione. Un fenomeno interessante che, purtroppo a essere onesti, segue la linea dell’ossimoro, della contraddizione. Infatti, nell ’economia della conoscenza , lì dove il fattore marketing riveste un ruolo centrale, il CSR diventa un modo per “vendersi” più che autentica responsabil...

L'azienda di domani

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In un precedente post (fare i manager rimanendo brave persone) si è visto come le aziende, all’interno dell’economia di mercato capitalista, siano soggetti economici con una responsabilità sociale. Ovvero, se il driver è la logica dell’accumulazione, le “risorse” umane e il loro bacino relazionale sono materie prime funzionali alla competizione per il profitto. In un altro post (alternative concrete alla crescita) si sono indicate delle alternative concrete per una società post-crescita, attraverso degli scenari macroeconomici, in particolare grazie a uno studio di Peter Victor. Ora, unendo questi due elementi: come immaginare l’azienda del futuro? Non sfugge la contraddizione: se l’azienda di capitale è un soggetto privato che punta all’accumulazione di capitale, come può inserirsi all’interno di un contesto a zero crescita? Infatti, la competizione per la crescita del profitto è una spirale che è causa e vittima del circolo vizioso che genera. Imporre un limite alla crescita v...

De-Complexity e crescita: quale armonia?

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Sempre di più grandi aziende attivano progetti al loro interno di “de-complexity” con l’obiettivo di semplificare i processi, magari trovando lo spazio per ottimizzare risorse. Anche se ci sono molti modi di partorire progetti di questo tipo, possono essere per esempio di natura organizzativa e non puramente finalizzati ad aspetti economici. Dall’altro lato l’obiettivo del “sistema”, tra cui primariamente dell’azienda capitalista, è quello di trainarci tutti verso la crescita; generatrice per sua natura di complessità entropica.   Mettendo insieme queste due istanze è interessante vedere il paradosso che si crea tra questi due paradigmi che si contraddicono: più aumenta la crescita più aumenta la complessità, allora bisogna aumentare la complessità facendo, appunto, della de-complexity. Se nell’imperialismo consumista semplicità = povertà, allora bisogna puntare sul trade off , sull'ossimoro di un management che sappia gestire una crescita che sia meno complessa (un po'...

Lavorare con una laurea umanistica?

Come non scrivere un post su questo tema? Lo trovo un argomento interessante per una duplice ragione:  a) personale (come si sarà capito, vivo la scissione tra laurea umanistica e lavoro in azienda) b) socio/culturale. Questo punto è fare della meta-indagine, ovvero applicare i metodi di indagine e le sensibilità "umanistiche" per capire il ruolo di questo insieme di discipline nella società.  Girando un po' sulla rete ci si imbatte in correnti di pensiero più o meno ottimiste sul ruolo delle scienze sociali nel mondo lavorativo. Anche qui, come in un precedente post, se ci poniamo domande come:  è possibile fare il manager restando brave persone? è possibile lavorare in azienda con una laurea umanistica? ...è ovvio come si sta giocando sulla difensiva: la natura stessa della questione pone in sé un problema. Il che dovrebbe già insospettirci. Ad ogni modo, vorrei dare la mia opinione personale su questa faccenda, considerato che da anni lavoro in una gra...

Fare i manager rimanendo brave persone

Vorrei proporre alcune riflessioni su un libro letto recentemente: Fare i manager rimanendo brave persone. Istruzioni per evitare la fine del mondo (e delle aziende) di Giuseppe Morici. Pensavo fosse un testo leggero, commerciale, in parte lo è ma contiene spunti interessanti, soprattutto per persone che, come me stando in azienda, vivono gli stessi dilemmi. Un libro fatto da un manager che ha vissuto sempre in prima linea in azienda. Un libro dal titolo significativo in quanto la domanda stessa che si pone presuppone che il sistema entro cui opera non è buono. Da qui la questione del tutto contemporanea e applicabile in molti ambiti: possiamo restare brave persone quando “il sistema” si presuppone “cattivo”? Essendo tutti “vittime e carnefici”, come si notava in un precedente post. Certo, possiamo attenuarne gli effetti, far valere comunque sempre la nostra umanità ma già la domanda ci fa giocare sulla difensiva. Piuttosto, non sarebbe meglio porci l’interrogativo se è possibile...