Fare i manager rimanendo brave persone
Vorrei proporre
alcune riflessioni su un libro letto recentemente: Fare i manager rimanendo brave persone. Istruzioni per evitare la fine
del mondo (e delle aziende) di Giuseppe Morici. Pensavo fosse un testo
leggero, commerciale, in parte lo è ma contiene spunti interessanti,
soprattutto per persone che, come me stando in azienda, vivono gli stessi
dilemmi.
Un libro fatto
da un manager che ha vissuto sempre in prima linea in azienda. Un libro dal
titolo significativo in quanto la domanda stessa che si pone presuppone che il
sistema entro cui opera non è buono. Da
qui la questione del tutto contemporanea e applicabile in molti ambiti:
possiamo restare brave persone quando “il sistema” si presuppone “cattivo”? Essendo
tutti “vittime e carnefici”, come si notava in un precedente post. Certo,
possiamo attenuarne gli effetti, far valere comunque sempre la nostra umanità
ma già la domanda ci fa giocare sulla difensiva. Piuttosto, non sarebbe meglio
porci l’interrogativo se è possibile avere ancora “cattiveria” in un sistema disegnato
per essere “buono” ovvero “a misura d’uomo/umano”?
Alcune
riflessioni le trovo altamente significative, si legge:
“Quando lavoravo
in consulenza, un giorno incontrai a Boston uno dei fondatori della società per
cui lavoravo. […] Quel senior partner dunque pose a noi trentenni di allora una
domanda che aveva posto mille altre volte in simili occasioni: “Esiste una missione
etica in quello che facciamo in Monitor?”. Lavorare, cioè, come consulenti
strategici per grandi gruppi internazionali al fine di migliorare la loro
competitività poteva essere visto come un proposito di carattere etico?
Quel giorno in
aula calò il silenzio. La mia generazione faceva fatica a trovare una risposta
a quella domanda. Alla fine fu lui a dovercela suggerire, aiutandoci a capire
che se si lavora per il miglioramento della competitività delle singole aziende
si lavora per la competitività del sistema nel suo complesso e se si lavora per
la competitività del sistema si lavora per il miglioramento della società nel
suo complesso. Noi dunque eravamo dei costruttori di progresso sociale.
C’era
chiaramente qualcosa che non andava in quella spiegazione. C’era qualcosa che
non andava in quella stanza […]
Saremo pure una
semplice generazione di passaggio, ma siamo la generazione che ha smesso di
credere a quello in cui bisognava smettere di credere. E che ha capito che c’è
qualcosa di sbagliato in quello che abbiamo ereditato.
Lo abbiamo
capito, anche perché abbiamo frequentato tutti i giorni il limite.” (pag 30-31)
Coerentemente Morici
ribadisce verso la fine: “Abbiamo ereditato un modello che non funziona più.” (pag
186)
Ma allora perché
cerca le soluzioni nel sistema che ha generato i problemi? “Per questo io credo
che, pur rimanendo totalmente e senza “sé” né “ma” nel modello capitalistico
occidentale fondato sulla iniziativa e sulla proprietà privata, si debba
cambiare prospettiva e passare dalla centralità del profitto e del vantaggio a
quella del valore e dell’equilibrio. È equilibrio la parola magica.” (pag 73)
Dopo la caduta
del muro di Berlino, a nessuno verrebbe in mente di contrapporre il comunismo “all’antica”,
di cui abbiamo visto le vicende, con il suo opposto: neoliberismo = la libertà
della “legge del più forte”. Siamo sicuri che il capitalismo, appunto, viste le
basi liberiste e poi neoliberiste su cui poggia, sia la risposta se si parla di
equilibrio? La massimizzazione dell’utile individuale, la mano invisibile, l’homo oeconomicus, sono forse espressione
del suddetto equilibrio? È un po’ come l’ossimoro “sviluppo (=crescita) sostenibile”.
In pratica si sta dicendo che un sistema volto alla massimizzazione dei
profitti, ovvero alla crescita come fonte di benessere e collante sociale,
debba coesistere e mirare all'equilibrio. Restando in quest’ottica non ci
stupisce che non riusciamo a immaginare visioni diverse “dall'innovazione”, dal
dover innovare per restare competitivi e quindi crescere ancora (in fondo non è
la fede nell'innovazione la stessa che ci farà affrontare il riscaldamento
globale?). Morici infatti critica quell'imprenditoria attuale che contrappone
la quantità alla qualità, al rispondere ai bisogni dei consumatori piuttosto
che generargli dei bisogni indotti: “Insomma, il primo motivo per cui spesso l’innovazione
muore già sul bagnasciuga delle spiagge su cui sbarca è molto semplicemente
legato al fatto che l’azienda parte da una sua necessità interna (quella per
esempio di aumentare le vendite) e non da una necessità esterna del mercato. L’azienda
cioè va in cerca di problemi da risolvere pur di arrivare a partorire un nuovo
prodotto per aumentare le sue vendite.” (pag 92)
Fa quindi
riferimento a grandi figure di imprenditori che non avevano in testa l’idea di
profitto quanto l’ideale del loro prodotto, di conseguenza il compito del
manager è quello di realizzare i sogni dell’imprenditore. Sotto questo punto di
vista, l’obiettivo del capitalismo e delle aziende che ne rappresentano l’anima,
non è di certo il profitto ma la creazione del valore, il rispondere ai bisogni
del consumatore più che approfittarsene (da qui il ruolo etico). Con questo
spirito Morici si chiede: “ma allora perché tutti pensano ad Apple come all’azienda
più innovativa del mondo? La risposta è semplice: perché le persone, quelle
normali, quelle che decretano con i loro acquisti il destino delle aziende, non
cercano tecnologie, cercano prodotti. O meglio ancora cercano soluzioni ai loro
problemi o soddisfazione ai loro desideri.” (pag 99). Certo, Steve Jobs aveva
delle idee, una visione che ha rivoluzionato un settore e il mondo e tutto ciò
non l’ha fatto (solo) per profitto, ma perché credeva al suo sogno. E chi lo
mette in discussione, ci mancherebbe! Peccato però che Apple è la stessa
azienda che produce quotidianamente dell’obsolescenza programmata, la stessa
azienda che crea quotidianamente dell’inutilità nel momento in cui introduce
sul mercato dei modelli nuovi di iphone, senza apportare alcuna vera
innovazione, giusto per il gusto di creare dei bisogni indotti e quindi uno status.
È facile parlare
degli imprenditori di un tempo e fargli coincidere una certa funzione sociale
(Barilla, Ferrero, Olivetti), ma ciò poteva accadere perché in quel campo nuovo,
in quell'epifenomeno del boom economico crescita e creazione coincidevano.
Oggi se si ostenta la crescita è a danno di una creazione sterile e che è
diventata un mezzo per supportare un
altro fine, se si persegue la creazione si rischia di non crescere e di non
stare nel gioco delle leggi economiche (per non dire ambientali). E poi, quale creazione? Anche le casalinghe
“creano” ma non sono pagate, anche questo blog, e Dio solo sa quanta arte è
creazione che non trova “mercato” non trovando alcun “valore”!
Il punto è che più la
creazione (quella vera, che genera valore sociale e non solo economico) si
distanzia dalla crescita, più per garantire quest’ultima si arriva alla frode. Così come il consumo è l’unico
vero dovere civico, la frode si legittima nella misura in cui genera benessere
collettivo, attraverso la mano invisibile a cui fa riferimento il partner di
Monitor di cui narra Morici. Frode, inganno verso il consumatore, che va dall'evasione
fiscale, più o meno legale, all'obsolescenza programmata per non parlare delle sottili
strategie di marketing.
Il punto è che
interrogarsi sul ruolo etico delle aziende e di chi ci lavora dentro, è giustamente
interrogarsi sul servizio che queste offrono ai consumatori, ma interrogarsi
sui bisogni di questi ultimi in ottica non
consumista significa ripensare la natura stessa delle aziende e della
società, così come le conosciamo oggi. Altrimenti si resta nella
contraddizione, così come vi è contraddizione tra capitale e lavoro in Marx…Anche
se, a dire il vero, le contraddizioni nel capitalismo sono più di una (David
Harvey, Diciassette contraddizioni e la
fine del capitalismo. La Feltrinelli). Ciò detto, ripeto, le critiche di un
certo anticapitalismo non ci devono portare a tracciare i vecchi sentieri dipinti
di rosso fanatismo, quanto a immaginare alternative migliori. A partire da un
fattore nuovo che si impone sotto tutti i punti di vista e a cui nessuno aveva
pensato: le esternalità ecologiche.
Morici ripete
spesso che: “In fondo le aziende non sono soggetti economici con una
responsabilità sociale, ma soggetti sociali con una responsabilità economica.”
(pg 28). Purtroppo la realtà è esattamente l’opposta, altrimenti le aziende
sarebbero tutte un no-profit. Piuttosto, la forza dell’azienda capitalista di
un tempo è stata di far coincidere responsabilità sociale con profittabilità e
benessere economico. All'opposto, oggi, dove non a caso si assiste a un aumento
di disuguaglianza, se le aziende vogliono restare nell'area della competizione
globale devono essere disposte a rinunciare a un po’ di quella dimensione
sociale per imporsi economicamente. Solo in alcuni casi e in alcune nicchie ciò
non succede poiché il tasso di innovazione è meno saturo rispetto ad altri
comparti. Tuttavia, non appena il divorzio tra crescita e creazione si
divarica, si nota come la creazione non è che un accessorio utile, fluido,
relativo e manipolabile, nella misura in cui garantisce crescita. D’altra
parte, non succede lo stesso con il concetto di un altro ossimoro: “sviluppo
sostenibile”? Si utilizza un po’ di colore green
per ammodernare e legittimare una crescita necessaria, non di certo per
metterla in discussione.
Cosa può essere un’azienda senza
crescita? Forse il ritorno al localismo, al diretto rapporto produttore/consumatore?
Andando più lontano, a una gestione “cooperativa” di partecipazione sociale all'impresa
(rimanendo alle big “Corporations” si pensi alla Mondragon), che riflette una
partecipazione sociale tout court
nella vita politica della comunità attraverso una democrazia diretta?
Ma questa,
quella di un’economia senza crescita, è un’altra storia che è meglio affrontare
in un altro post.
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