Lavorare con una laurea umanistica?

Come non scrivere un post su questo tema? Lo trovo un argomento interessante per una duplice ragione: 
a) personale (come si sarà capito, vivo la scissione tra laurea umanistica e lavoro in azienda)
b) socio/culturale. Questo punto è fare della meta-indagine, ovvero applicare i metodi di indagine e le sensibilità "umanistiche" per capire il ruolo di questo insieme di discipline nella società. 

Girando un po' sulla rete ci si imbatte in correnti di pensiero più o meno ottimiste sul ruolo delle scienze sociali nel mondo lavorativo. Anche qui, come in un precedente post, se ci poniamo domande come: 
  • è possibile fare il manager restando brave persone?
  • è possibile lavorare in azienda con una laurea umanistica?
...è ovvio come si sta giocando sulla difensiva: la natura stessa della questione pone in sé un problema. Il che dovrebbe già insospettirci.
Ad ogni modo, vorrei dare la mia opinione personale su questa faccenda, considerato che da anni lavoro in una grande azienda e ne conosco le dinamiche, allo stesso tempo la mia vena umanistica non si è del tutto atrofizzata (e questo blog ne è l'espressione).
Veniamo ad esempio all'analisi del seguente articolo, che mostra una moderata apertura verso questo tipo di lauree nel mercato del lavoro: 
https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/01/16/news/filosofi_filologi_e_antropologi_le_aziende_ora_cercano_umanisti-156194341/
In sostanza, il messaggio è: "non disperate alla fine con una laurea in scienze umanistiche qualcosa troverete", però bisogna fare i conti con la realtà infatti si legge: "Bisogna esser chiari, la laurea umanistica non dà le stesse possibilità di una laurea scientifica e tecnica, non vi è un accesso diretto al mondo aziendale – sostiene Gianluca Gioia, managing partner della società di ricerca e selezione del personale Mcs - . Il laureato del Politecnico di Milano sta già lavorando da qualche parte, il laureato di filosofia no, a meno che non abbia seguito un master che gli faccia da trampolino per le aziende, o che non decida di ripartire da zero.
Solo i grandi gruppi possono permettersi di investire su talenti che hanno background diversi, dandogli il tempo di crescere in azienda proprio come succedeva una volta nelle accademie aziendali".
Cosa dire invece del mio collega antropologo: http://www.sebastianomiele.it/laurea-in-antropologia-e-occupazione/ ?
Si legge:  "la corrispondenza laurea/occupazione è molto bassa per la maggior parte delle altre magistrali, non solo per la laurea in antropologia.
Grazie Sebastiano, adesso si che mi è venuta la depressione!
Perdonami, volevo essere il più possibile diretto e onesto. Del resto, uno dei compiti principali dell’antropologia e delle altre scienze sociali è comprendere la realtà
Perché potrai trovarti a fare lavori che fino a poco fa non esistevano neppure o che, addirittura, ancora non esistono. Potrai trovarti a fare mille cose diverse. Potrai andare in confusione, perché non sarà facile mantenere un filo conduttore."
Letto tra le righe (ma non troppo) "Lavori che ancora non esistono" in gergo è "disoccupazione", non avere un filo conduttore vuol dire essere precario e fare un po' di tutto, in base a quello che si trova. Insomma, uno scenario incoraggiante.
Ma raccogliamo un po' le idee, riflettiamo e, come sempre, andiamo in profondità. In fondo non dovrebbe fare questo un umanista?
Parliamo di lavoro privato (aziende) vs lauree umanistiche. Non parliamo del mondo pubblico (tra l'altro sempre più soggetto a logiche manageriali di privatizzazione) e quindi dell'istruzione (refugium peccatorum delle lauree umanistiche). Ci troviamo di fronte ad alcune considerazioni: 

a) Innanzitutto è paradigmatico come in questi discorsi, in cui si cerca di legare "professione e lauree umanistiche", queste ultime finiscano indistintamente tutte in un unico calderone. Tipica rappresentazione del fatto che, agli occhi del "mercato del lavoro", stiamo parlando di sensibilità e non di competenze

b) La conseguenza del punto precedente è che tali discipline non hanno potere se non quello che si piega alle vicissitudini contingenti del mercato e dei contesti. Questo ha una conseguenza gravissima per la natura stessa che la "sensibilità umanista" dovrebbe avere per la società: la funzione critica di comprensione della realtà viene del tutto snaturata ai fini (capitalisti in ultimi istanza) a cui si presta. Senza volermi dilungare ma sinteticamente va notato che: 
- L'economia (concepita come lo è oggi) è la teologia dei nostri giorni (Franchini, Il capitalismo divino), stabilendo i dogmi del profitto. Quindi il contenuto teorico di ciò che si studia nelle business school è del tutto sovrapponibile ai fini delle aziende e all'interesse che queste, "in sè", hanno. L'economia è per il lavoro e il lavoro per l'economia.
- Il complesso delle "scienze esatte" (fisica, matematica, biologia etc.) ha una doppia natura: quella accademica/di ricerca (che studia "per sé") e quella che si svolge in funzione del lavoro, il "per altro" della produttività e profittabilità economica. Tuttavia, sia l'una che l'altra natura hanno un tale livello di competenza tecnica da poter avere l'autorità di affermare il proprio sapere, sono oggetto di attenzione da parte del business per le innovazioni che possono generare. Così questa autorità si trasforma in autonomia e dignità di quel sapere. Una conoscenza capace tanto di essere influenzata che, soprattutto, di influenzare. Tali rapporti di forza dipendono evidentemente dagli ambiti di ricerca.
- Il complesso delle "scienze umane" è completamente colonizzato dal business, lì dove, al contrario, l'anima dell'umanesimo non è costringersi bensì comprendere la realtà, interpretarla, per immaginare futuri diversi o preservare i valori che abbiamo.        

c) Vi è dunque una notevole discontinuità tra il bisogno di senso a cui le scienze umane rimandano e la necessità di fare mercato, a cui il business ci costringe. Questa contraddizione non si risolve fintantoché le leggi del sistema sono leggi economiche che spingono sull'acceleratore della crescita e, conseguentemente, sul suo motore che è il libero mercato. 

Il punto è che agli umanisti purtroppo non rimane che "adattarsi", magari perché si sa scrivere meglio degli ingegneri, magari perché si ha un "altro pensiero laterale"; ma adattarsi. A nessuno interessa la competenza e il "fine in sè" dell'umanista, poiché è un sapere critico, interpretativo, valutativo, qualitativo. Certo, a meno che queste competenze sporadicamente, occasionalmente (quindi fortunatamente), non vengono richieste per essere funzionali a progetti di business più specifici.  
Il compito dell'umanista resta quello di trovare le similitudini tra il lavoro che si svolge e la formazione dalla quale si proviene, piuttosto che, come nelle scienze esatte, trovarne le differenze. Questo evidenzia l’assoluta subalternità delle scienze umane alla dimensione economico/tecnica. Una subalternità che deprime, avvilisce, snatura nella misura in cui non si adatta. 
Per questo Steve Jobs ci ha ricordato la necessità di ingegneri rinascimentali: non per stimolarci a pensare alla critica, al pensiero, alla riflessione (una riflessione che magari non avrebbe mai concepito l'obsolescenza programmata); no, semplicemente per avere idee più innovative che possano alimentare la crescita. Non solo, in fondo per l’azienda non è più facile e più utile trasformare con qualche corso di formazione ad hoc l’ingegnere in un umanista rinascimentale piuttosto che trasformare l’umanista in un piccolo scienziato? 
"Grazie Fabio, adesso si che mi è venuta la depressione!"
Sì, collega antropologo, testimonianze dalle "ricerche sul campo".   

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