La politica del nostro tempo
Come visto in un post precedente, il circolo vizioso che impedisce un cambiamento di paradigma si rafforza internamente e solo uno shock esterno, esogeno, può spezzarne le dinamiche. La storia ci dimostra (dalla rivoluzione francese a quella d'ottobre) che la classe al potere difficilmente lavora per la sua estinzione, piuttosto, per definizione, lavora per consolidare e rafforzare la sua posizione. Ad esempio, è per questa ragione che autori come Colin Crouch parlano di postdemocrazia, caratterizzata da una crescente dimensione oligarchica, dalla corruzione e influenza di lobby. A proposito di queste ultime, chiunque conosca l'ambiente istituzionale di Bruxelles sa quanto lì siano onnipresenti le lobby. Ciò può apparire normale se siamo abituati a pensare in modo cinico e irriflessivo sulle leggi economiche che governano inevitabilmente il mondo, tuttavia il principio che sta alla base della democrazia, secondo il quale si estende il processo decisionale e il potere civico al popolo, è proprio ciò che mira a contrastare questo fenomeno. In altri termini, più si accentra il potere in poche mani (tra l'altro senza meccanismi di rotazione e penalizzazione degli attori politici) più aumenta il rischio che la democrazia (seppure rappresentativa) diventi oligarchia. Ed è quello che ci troviamo a vivere oggi: la democrazia rappresentativa delega il potere a una classe dirigente, stretta nella contraddizione tra i poteri forti e lo sforzo, essenzialmente comunicativo, di mantenere una dimensione sociale che la legittimi. Ben lontani dalla democrazia diretta, secondo la quale sono i cittadini stessi ad avere una responsabilità sociale e politica. Certo, i critici di quest'ultima potranno dire che la democrazia ateniese oggi non funzionerebbe, vista la complessità del nostro sistema che richiede politici e tecnici specializzati. Si potrebbe rispondere che più l'obiettivo è una logica globalizzante e globalizzata, più le decisioni devono essere delegate ed espropriate dalla dimensione locale, con tutti i rischi che ciò comporta. Non solo, si potrebbe notare come, di fatto, in Svizzera in alcuni cantoni esiste la democrazia diretta, così come è esistita nella breve esperienza della Comune di Parigi. Ma, aldilà di questi esempi che possono lasciare il tempo che trovano, il punto non è una questione di in-fattibilità tecnica (siamo andati sulla Luna!) quanto di volontà.
Un esempio corrente di tale pratica? https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-03-26/dalla-disintermediazione-centralita-parlamento-m5s-archivia-democrazia-diretta-140925.shtml?uuid=AE5c2rNE&refresh_ce=1
Si dirà: come è
possibile passare da un modello di democrazia rappresentativa a un modello di
democrazia diretta, considerata la complessità delle nostre società? In alcuni
periodi storici non si sarebbe mai arrivati neppure a immaginare che un giorno
il potere legislativo, esecutivo e militare potessero essere divisi e soggetti
a una reciproca autonomia e controllo, cosa che ci incoraggia a pensare alla
possibilità di avere un modello organizzativo diverso, sia dell’economia che
della politica.
Fino all'età moderna il potere era legittimato dalla nobiltà e le sue logiche, in seguito è passato alla borghesia e, per opposizione, alla lotta di classe. Questo processo ha corrisposto senz'altro a un crescente processo di democratizzazione, ma, come notava Mao, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Tant'è che per conquistare e mantenere l'attuale democrazia rappresentativa (che, va notato, contiene solo qualche strumento di democrazia diretta, per essere meno autoritaria e legittimarsi maggiormente agli occhi del popolo), come tutti sappiamo si sono avute guerre e innumerevoli tensioni. Ora, se è vero che questo modello è suscettibile di distorsioni: sia in seno alla deregolamentazione del mercato capitalista, sia per ragioni essenzialmente politiche di mancata rappresentatività (lontananza tra cittadinanza e politica); l'attuale sistema non può che tornare indietro verso un nostalgico autoritarismo, oppure evolversi verso una vera democrazia diretta.
1) Nel primo caso non ci stupiamo se paesi come gli Stati Uniti, Russia e Cina (ma se ne potrebbero citare molti altri) fanno leva su un autoritarismo ritrovato o adattato alle leggi di mercato. Incoraggiati anche da un certo populismo che trova facile terreno nelle guerre economiche piuttosto che nelle vicende migratorie. Evidentemente quando la formula: "crescita = stabilità sociale", non funziona più le risposte diventano sempre più violente.
2) Nel secondo caso occorrerebbe uscire dall'attuale assetto politico ed economico, sperimentando nuove istituzioni che facciano leva sulla responsabilità civile e su un minore assoggettamento alla guerra economica globale neoliberista. Una rivoluzione delle mappe mentali che richiede una "decolonizzazione dell'immaginario" di cui parla Latouche...difficile, certo. Per questo egli stesso parla di "paradigma della catastrofe" (in breve: "solo una crisi ci può salvare").
Senza voler fare "dell'evoluzionismo storico" che procederebbe per fasi necessarie verso un fine, si potrebbe sintetizzare il tutto secondo questo schema:
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